PRIMO ANNUNCIO AI RISHI: ANNO SECONDORelazione fatta all’Assemblea Saveriana del Maggio 1993.Si tratta di un resoconto sul mio secondo anno di presenza ad Asharbari 1. – SGUARDO RETROSPETTIVO. Poco più di un anno fa, avevo dato una relazione dettagliata sul significato della mia presenza ad Asharbari, specificando fini e modalità e arredandola anche, a mo’ di ricerca, di un quadro particolareggiato dei 30 villaggi contattati. In seguito a detta relazione o in conseguenza di essa, il Vescovo, che inizialmente non aveva visto di buon occhio che io perdessi tempo in questo modo, cambiò atteggiamento fino a dimostrarsi addirittura entusiasta del lavoro svolto. In una lettera, in cui approvava e faceva suo l’operato, mi affidava ufficialmente il mandato di “andare”. Nella lettera anzi mi dava anche dei suggerimenti e mi pregava di tenermi in stretto contatto con la Parrocchia di Satkhira, offrendo il servizio domenicale ai due villaggi di Sagda e Goalchator, cosa peraltro che, d’accordo col Parroco, stavo già facendo. Successivamente mi invitò a riferirne nel meeting presbiterale dell’Aprile del ’92, ponendolo come argomento centrale (main topic) nell’agenda del meeting stesso. Ad un anno di distanza esatto sono stato invitato dal DPC (Diocesan Pastoral Council) a presentare l’argomento nell’Annuale Assemblea Pastorale alla presenza dei rappresentanti delle Parrocchie e delle varie Organizzazioni della Diocesi. In questa occasione ho avuto l’impressione che nell’assemblea ci fosse interesse per l’argomento, nonostante che per la mia relazione fossi stato relegato in un tempo marginale, al termine di una giornata, densa di relazioni, quando tutti erano ormai stanchi di sentire. 2. – SITUAZIONE ATTUALE. L’anno scorso, a conclusione della mia relazione scritta, prospettavo una duplice proposta. La prima era quella di dare vita ad una comunità di primo annuncio a Kolaroa, che è il centro geografico della zona ed anche il punto nevralgico di tutte le attività socio-economiche ed educative. L’altra proposta era quella di rimanere a Bagachara, condividendo il tetto con P. Gabriele per una comune vita di fede e di testimonianza. La prima proposta sembrava la più allettante, ma, ad una analisi più attenta, mi dava l’impressione che facesse slittare i tempi verso l’azione. D’altra parte, spostarsi a Kolaroa significava creare delle dipendenze e appesantire un progetto, che, per conservare la sua originalità e la sua dinamicità, deve avere non in un centro, ma in ogni villaggio il suo punto di riferimento. Per questa ragione ho preferito rimanere a Bagachara, senza scartare l’idea che nel futuro possa esserci una maturazione in direzione di Kolaroa. 3. – UN SECONDO ANNO DI CONTATTI. In questo secondo anno ho continuato a farmi presente nei 30 villaggi attraverso visite regolari. In ogni villaggio sono stato almeno una diecina di volte. Scopo di queste visite era quello di rendere familiare la mia presenza per avviare poi il discorso ad un livello un po’ diverso. Tutte le visite le facevo durante il giorno, nel senso che uscivo al mattino e rientravo nel pomeriggio, dopo aver visitato due o tre villaggi per volta. In questo modo però capitava di incontrare quasi sempre le stesse persone. Lentamente perciò è maturata una seconda fase di questo mio andare, che incomincia ad essere più significativo sia per me per quello che implica di challenge sia per la gente alla quale vado. 4. – INIZIO DI UNA SECONDA FASE. Così, dalla scorsa quaresima, ho incominciato a visitare un villaggio per volta. Vado nel pomeriggio, portandomi dietro un catechista dei villaggi cristiani dei dintorni e rimango nel villaggio durante la notte. L’ultima volta, per esempio, a Sonabaria con Lucas di Dhandia abbiamo cenato dalla famiglia più povera della para e ci è stato offerto da dormire nella veranda di una casa sulla stessa stuoia. Di solito la visita si svolge in questo modo: arrivo (in moto), lascio la borsa in una famiglia, dove di solito mi fermo a dormire e poi andiamo di casa in casa, cogliendo l’occasione per aggiornare la cartella con i dati del villaggio e per invitare personalmente ciascuno a intervenire all’incontro della sera con tutta la gente della para. Verso il tramonto, con il catechista ci ritiriamo per la preghiera della sera, che si svolge di solito all’aperto, su una stuoia che ci viene offerta. Tiro fuori il Crocifisso della prima professione religiosa, che mi accompagna sempre insieme a Mongolbarta (il Nuovo Testamento in Bengalese) in questo peregrinare. Se c’è qualche altro che ci accompagna, come spesso capita, cominciamo con un canto, poi leggiamo un Salmo ed il Vangelo del giorno e terminiamo con qualche riflessione e preghiera. La nostra preghiera naturalmente suscita curiosità e primi a venire sono i bambini, poi le donne e infine gli uomini. Così, al termine della nostra preghiera, quasi tutta la gente della para è presente e mi si offre così l’occasione di rivolgermi per la prima volta a tutti. Io ne approfitto per porre l’enfasi su alcuni punti fermi che hanno caratterizzato il mio andare fin dall’inizio. 5. – ALCUNI PUNTI CHIAVE. In questo primo incontro un po’ plenario ribadisco innanzitutto quello che è lo scopo del mio andare a loro, che è quello di riallacciare dei rapporti che c’erano stati nel passato e che poi per diverse ragioni si sono interrotti. Sottolineo poi l’importanza di conoscersi reciprocamente e di capirsi prima di iniziare a fare qualsiasi cosa e questo naturalmente richiede tempo sia per me sia per loro. A scanso di equivoci, e perché non si illudano, dico che vado a loro a mani vuote: nessuna promessa di aiuto, di terra, di scuola o di chiesa, non, perché tutto questo non sia necessario o perché il mio discorso sia disincarnato o di tipo spiritualista, che anzi l’intento è proprio quello di mettere in moto qualcosa cominciando non dall’esterno, ma dall’interno. La Salvezza, quella vera, che va incontro all’uomo totale, non viene all’uomo dall’esterno, ma è alla sua portata; si tratta soltanto di afferrarne la via. E qui si innesta l’annuncio di Gesù che dice: “Io sono la via...”. E continuo: “Per questo il Signore mi manda a voi ed io vengo perché credo che attraverso di me il Signore vuole farvi scoprire che voi siete il suo Popolo, il Popolo che Egli ama”. Naturalmente per tutto questo non c’è fretta, anzi è proprio la fretta che bisogna evitare, perché quello che inizia in fretta, finisce pure in fretta. Dopo che io espongo questi punti, si accende la discussione e si verifica quasi invariabilmente che ci sono quei tre o quattro fanatici, che vogliono arrivare subito ad una decisione, che è proprio quello che io voglio evitare. Infatti, uno degli altri punti fermi del discorso che porto avanti è di creare maggiore coesione fra di loro, mentre schierarsi subito pro o contro ostacola il cammino verso un’adesione che si manifesta in una unione più forte. 6. – QUALE SBOCCO A QUESTA SECONDA FASE? Questo mio andare nei villaggi e rimanervi durante la notte ha lo scopo di avere un quadro più completo di ogni singolo villaggio e avere un’idea di dove eventualmente si può incominciare qualcosa di diverso e più impegnativo. Cosa esattamente sarà, non sono ancora in grado di dirlo. Ogni eventuale passo in avanti che implica un impegno più concreto mio e della gente sarà fatto con discernimento ed in accordo ed in accordo col Vescovo, proprio perché il tutto assuma fisionomia di Chiesa. Asharbari – Bagachara, 10. 5. 1993. P. Antonio Germano, S. X. N. B. – Con questo intento e con questo metodo trascorsi un altro anno ad Asharbari. L’esperienza purtroppo non poté essere continuata, perché, sul finire del 1993, fui richiesto dal Superiore e dal Vescovo di assumere la responsabilità della Missione di Bhabarpara, situata in tutto altro contesto, con oltre cinquemila cattolici distribuiti su un vasto territorio, dove la mia attività si sarebbe svolta ad un livello prettamente pastorale. Nessuno più continuò il tentativo da me iniziato e le attese di quei fuori-casta sono ancora lì che aspettano una risposta. Chuknogor, 19. 11. 2003. P. Antonio home duronia |